Vuoti a rendere

 

È un amore disinteressato: Tereza non vuole nulla da Karenin. Non vuole nemmeno l’amore. Non si è mai posta quelle domande che torturano le coppie umane: mi ama? Ha mai amato qualcuna più di me? Mi ama più di quanto lo ami io? Forse tutte queste domande rivolte all’amore, che lo misurano, lo indagano, lo esaminano, lo sottopongono a interrogatorio, riescono anche a distruggerlo sul nascere. Forse non siamo capaci di amare proprio perché desideriamo essere amati, vale a dire vogiamo qualcosa (l’amore) dell’altro invece di avvicinarci a lui senza pretese e volere solo la sua semplice presenza.

L’insostenibile leggerezza dell’essere, Milan Kundera

 

Perché l’ultima volta parlavo di fare l’amore davvero? Ma l’amore cos’è del resto? Magari il prendersi cura, avere a cuore, non è una sola questione di coppia. L’amore è ovunque ci sia qualcuno disposto ad amare. E noi ne siamo ciechi e siamo ciechi rispetto a tutto il resto. Vediamo ma non guardiamo. Sentiamo ma non ascoltiamo. Poi avvengono disgrazie e drammi che sconvolgono intere famiglie e ci chiediamo perché mai. Perché esiste il suicidio? In quale stato di sofferenza dev’essersi trovata una persona per decidere di darsi la morte? Quale grande patimento e turbamento interiore avrà dovuto patire tale persona? E se noi non ce ne fossimo accorti? E cosa avremmo potuto fare se…? Nulla.

Perché? Perché abbiamo perso la capacità di guardare. Perché vediamo ma non guardiamo. E oggi, guardare è un’abilità che solo in pochi hanno. Scrutare una persona. Invadere i suoi pensieri. Con discrezione. Entrare in punta di piedi nelle sue giornate e comprenderne l’ordito. Potrebbe salvare molti di noi. Molti di noi che vengono segregati da una vita dinamica in abiti stretti, in parole violente e false, dense di ipocrisie. Molti di noi che vengono violentati ogni giorno. Gli occhi, rivelano molto più di quanto vorremmo far credere e molto meno di quanto siamo abituati a pensare. Non si tratta di anima. Si tratta di animo. Quanti di noi, hanno l’abitudine di sedersi davanti ad un amico e trovarsi con lui? Trovarsi. Quanti possono dire di conoscere intimamente una persona? La maggior parte di quello che diamo a vedere non è che una parte ben più piccola di un un’unghia. Ne potremmo mai fare una colpa all’amico che non riesce a guardare? Possiamo essere così presuntuosi ed egocentrici? Giammai. Perché come l’amico o il compagno o la compagna non scruta i nostri turbamenti, così, anche noi preferiamo scivolare l’uno accanto all’esistenza dell’altro. Come navigli che s’incontrano nella nebbia. Ci sfioriamo.

E così passa una vita. Tra amicizie che altro non sono che continui sfiorarsi. E poi si attende l’estremo gesto, per dire “non me lo sarei mai aspettato”, “non c’era alcun segnale”, “una cosa di questa non l’avrei mai immaginata”. E invece no. Anche in quel momento, mentiamo a noi stessi. L’avremmo immaginato. Il patimento si riconosce subito.

Il problema rimane sempre quello. Leggersi. E se non abbiamo il tempo di leggere una lettera, una semplice lettera fatta di parole d’inchiostro e di caratteri gettati lì alla buona, su un foglio di carta che potremmo anche riconoscere familiare…come potremmo mai cimentarci nella lettura di un altro essere che pur vivendo accanto a noi non ci è familiare?

Il tempo di salvarci. Si. Perché ognuno di noi corre freneticamente nelle proprie vite e non si accorge di quanti silenzi non ascolta. Non ci si accorge di quante vite potrebbe salvare se solo si fermasse di tanto in tanto ad ascoltare. Non ci si accorge dei naufraghi abbandonati negli angoli delle strade o negli aeroporti o di chi vagabonda tra una stazione e l’altra della propria vita cercando ancora il biglietto. Prendiamo sempre la via più veloce, che non è quasi mai quella migliore. E invece di capire i silenzi di qualcuno lo etichettiamo come cupo, come problematico, timido, introverso, introspettivo, asociale. E invece di capirne la fragilità, non perdiamo tempo a far schioccare la lingua e introdurlo al mondo come debole. Il cristallo è fragile ma nessuno oserebbe dire che sia anche debole.

Preferiamo lasciare che combattere. Preferiamo inventare piuttosto che capire. Preferiamo urlare invece di avvicinarci. Preferiamo tutto quello che ci consente di arrampicarci più velocemente. Più soldi. Più reputazione sociale. Perché io vivo in quanto riconosciuto da altri. Non esisto da me. Senza l’altrui riconoscimento non sono nessuno. E tale considero l’altrui. Se non ti riconosco qualcosa di fittiziamente concordato, non sei nessuno. E così l’ipocrisia del nostro tempo cresce. E più affermiamo con somma contentezza, quasi a prendere le distanze da un appestato, che non crediamo nell’amore, che l’amore è roba per sognatori e bambini, più perdiamo noi stessi e ci abbrutiamo, impoveriamo quel briciolo di umanità che ancora ci rimane. E più ripetiamo a noi stessi che non crediamo nell’amore, più impediamo al nostro essere di vivere e colorarsi dell’altro, e neghiamo la felicità qualunque forma essa abbia.

E intanto le nostre vite scorrono. Vuote di abbracci. Vuote di amore. Piene di parole. Piene di tempo. E cosa ce ne faremo mai alla fine del tempo, di più tempo, se non sapremo come usarlo? Se non avremo a chi donarlo? Perché, forse, il regalo più personale che possiamo donare a qualcuno è il nostro tempo. Il tempo di amare, il tempo di un abbraccio, il tempo di giocare con nostro figlio, il tempo di leggere una lettera, il tempo di salvare qualcuno dal suicidio, il tempo di salvarci da noi stessi.

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